Il Vapore non è fumo: no alle norme sui tabacchi per i Vapers

Il Vapore non è fumo: no alle norme sui tabacchi per i Vapers

Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Istituto superiore di Sanità in Italia i Vapers sarebbero circa due milioni.

La legge equipara il fumo elettronico con i fumatori tradizionali di sigarette a cui si sta opponendo una petizione di firme lanciate dal magazine “Sigmagazine” a cui seguirà la consegna delle firme stesso all’Intergruppo parlamentare sulla sigaretta elettronica.

Sono diverse le ragioni per le quale Vaper e fumatori tradizionali non possono essere equiparati.

Perché il Vape?

I pericoli legati al fumo sono noti, i processi di combustione possono creare problemi alla nostra salute, così tutti gli esperti concordano sul fatto che in tal senso il Vaping rappresenta un’opzione in più perché

  • Le temperature sono inferiori quindi si riduce quella presenza di catarro nel sistema respiratorio e di conseguenza tosse e sintomi come “stretta al petto” tipici dei fumatori vanno a ridursi in maniera drastica

  • Viene eliminato il catrame cancerogeno tipico delle sigarette

  • Il Vapore non è “fumo”: è completamente inodore

I vaporizzatori personali (definiti genericamente sigarette elettroniche), si legge nella petizione “..non producono fumo e non contengono tabacco. Il vapore è dovuto al riscaldamento di una resistenza a contatto con una miscela di glicole propilenico, glicerina e aromi, tre componenti liberamente acquistabili in farmacia. Le evidenze scientifiche indicano come già dopo un mese di utilizzo l'organismo umano è depurato dalle tossine del fumo; non sono stati rilevati danni da "vapore passivo"; consente di diminuire la nicotina sino alla totale eliminazione.  Anche per questi motivi il vapore non può sottostare alle leggi del tabacco e del fumo. Occorre una normativa separata che sappia regolamentare e normare ad hoc un settore potenzialmente trainante in termini di economia di salute pubblica”.

Il gruppo interparlamentare, come ha spiegato a IlSole24Ore il deputato Ignazio Abriani è “assolutamente bipartisan e trasversale, che sottoscrivendo un manifesto condiviso, si attiverà per creare una proposta di legge, un testo, da proporre al governo. L'obiettivo è quello di normare, rilanciare e sviluppare un settore che può fare impresa senza nuocere alla salute. È molto meglio per un fumatore avvicinarsi alla sigaretta elettronica piuttosto che continuare a fumare le classiche sigarette. Se nel farlo aiuta anche lo sviluppo delle imprese, ecco che siamo davanti a un processo che va aiutato. Nell'interesse di tutti”.

 

Il Manifesto dell’Intergruppo

A tre anni dal boom la sigaretta elettronica continua la sua diffusione in tutto il mondo, in aiuto a milioni di fumatori che intendono smettere di fumare e a supporto delle campagne promosse per combattere il fumo e prevenire i milioni di decessi causati dal fumo di tabacco, prima causa mondiale di morti premature.

In Italia, gli “svapatori” sono più di 1 milione e con i loro consumi danno vita ad un giro d’affari di oltre 450 milioni di Euro l’anno. I produttori italiani sono oggi i principali player europei ed esportano il modello di retail cresciuto nel nostro paese. In poco tempo le aziende italiane del settore hanno conquistato una posizione di leadership in termini di produzione ed esportazione di liquidi da inalazione nei confronti degli altri paesi europei e del mondo.

 

Che cos’è la sigaretta elettronica?

Le e-cig sono composte da una batteria e da un serbatoio provvisto di una resistenza che, riscaldata, consente di trasformare il liquido (contenente o meno nicotina) in vapore che viene inalato. I liquidi da inalazione sono generalmente composti da acqua, un diluente come il glicerolo vegetale o il glicole propilenico, nicotina (eventuale) e aromi. Il grande successo delle e-cig deriva proprio dall’utilizzo di questi ultimi ingredienti i quali sono disponibili in migliaia di varianti.

Perché sostenerle?

Sul nostro pianeta circa un miliardo di individui utilizza quotidianamente tabacco e le morti premature ad esso imputabili in Italia sono circa 80 mila l’anno (6 milioni nel mondo).

Pertanto le e-cig rappresentano un “nuovo valore” poiché, pur condividendo alcune caratteristiche col fumo come ad esempio la gestualità, comportano meno danni per la salute e costi più contenuti. Prima dell’avvento della sigaretta elettronica l’unica soluzione per smettere di fumare era quella di smettere, “quit or die”, soluzione che per la maggioranza dei fumatori, purtroppo, è estremamente difficile da adottare e soprattutto mantenere per tutto il resto della loro vita.

La sigaretta elettronica è entrata così a pieno titolo nel limitato ventaglio di possibilità per uscire dal tunnel del tabagismo, soprattutto a partire dal momento in cui la comunità scientifica ha cominciato a riconoscerla come realmente meno rischiosa rispetto alla sigaretta tradizionale. Un esempio recente, Public Health England(Istituto del Ministero della Salute inglese) che ha dichiarato che la sigaretta elettronica è meno dannose del 95% rispetto al tabacco ed è giunto a indicare, per il futuro, la possibilità di renderla prescrivibile dai medici per smettere di fumare.

La situazione attuale in Italia

In base al Decreto Legislativo 188/2014, in vigore dal 1 gennaio 2015, è stata stabilita un’imposta di consumo pari a Euro 0,373 il millilitro per i liquidi da inalazione, contenenti o meno nicotina. L’applicazione del tributo ha comportato un aumento dei prezzi di vendita al pubblico del 150% rispetto allo scorso anno, determinando perdita di concorrenza delle aziende italiane, importazione irregolare sia da altri paesi UE sia estera ed esplosione della produzione “fai da te”. Tale situazione, unitamente alla mancanza di controlli fiscali e amministrativi da parte delle autorità preposte, ha generato un mancato gettito fiscale (dei 115 milioni di euro previsti, ne sono stati incassati dallo Stato solamente 5), gravi perdite economiche delle aziende italiane adeguatesi alla normativa e perdita di posti di lavoro, rischi per i consumatori legati al proliferare di siti web non controllati che vendevano (e vendono) prodotti di dubbia provenienza.

Entro la fine del 2016 la Corte Costituzionale, a seguito del rinvio operato dal TAR Lazio, valuterà la legittimità di tale tributo.

 

 

 

 

 

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